Sostieni Bioetica News con una donazione. Sostieni
74 Dicembre 2020
Speciale Infosfera in sanità Comunicazione, etica e privacy

Il contesto di prossimità Agenti animati dal senso di giustizia e dalla collaborazione nella convivenza difficile delle nostre comunità

La letteratura criminologica degli ultimi anni e gli studi in ambito sociale nella percezione della paura hanno evidenziato:

  • le strategie strettamente repressive delle attività criminali non sono sufficienti a “tranquillizzare” i cittadini rispetto alla paura del crimine;
  • la paura e l’insicurezza vanno trattate a partire dal vissuto emotivo delle persone;
  • il conflitto e i vissuti di vittimizzazione producono paura ed insicurezza;
  • vandalismo e gesti di inciviltà preoccupano quanto l’aumento della criminalità.

In altre parole la questione della sicurezza dei cittadini va affrontata parallelamente alla questione dell’insicurezza, cioè alla dimensione di “ricaduta emotiva” rispetto al vissuto e alla percezione del fenomeno. A partire da questi elementi gli interventi che si vanno a programmare come risposte ai problemi dei cittadini devono essere caratterizzati in modo da offrire rassicurazione,  prossimità,  sostegno e accoglienza delle paure e dell’allarme sociale.

È in questo scenario che, ormai da circa venti anni, sulla scorta di varie esperienze europee, è nata la sperimentazione della “polizia di prossimità”, una polizia in grado di agire come modello di servizio di sicurezza urbana nella continuità della gestione delle competenze istituzionali, orientato a costruire una relazione di fiducia e di cooperazione con i cittadini.

La finalità primaria della polizia di prossimità è trattare tutti quei casi che riguardano fatti di quotidiana inciviltà, intolleranza e degrado che contribuiscono in misura considerevole ad aumentare il senso di insicurezza e di abbandono, affrontando la violazione sistematica delle regole in senso generale e specifico, tentando la gestione di ordinari conflitti. Intervenendo nell’area che possiamo definire del “buon vivere”, si tenderà a colmare quelle lacune, quelle “zone grigie”, sulle quali non sempre l’istituzione polizia, intesa nel senso classico, è riuscita a fornire risposte esaurienti.

Quali compiti svolge la Polizia di Prossimità?

A tale proposito i tre cardini su cui poggia il servizio di Prossimità sono:

  1. il monitoraggio e la conoscenza del territorio, la ricerca attiva dei problemi, il  monitoraggio dei sintomi di degrado e degli indizi di disordine urbano, la gestione complessiva e specializzata delle problematiche territoriali legate a fenomeni di inciviltà e disordine urbano;
  2. la relazione con il cittadino, attiva, personale, propositiva, coinvolgente, fidelizzante;
  3. la costruzione della rete, intendendo la condivisione di obiettivi da parte dei diversi Settori della P.A. finalizzati al governo della città.
    La conoscenza della “rete” intesa come l’interdipendenza dei servizi presenti sul territorio e finalizzata alla soluzione concreta dei problemi.

In sostanza, la polizia di prossimità opera su tre aree di intervento:

  • Qualità urbana: “non sempre la città è trattata come casa propria”: tutti i casi che scaturiscono dalla cattiva manutenzione ovvero dal danneggiamento dell’arredo urbano, dell’illuminazione pubblica, etc. e che influiscono negativamente sulla qualità e sulla vivibilità dell’ambiente cittadino, ponendo l’attenzione sui comportamenti degli attori, singoli o in relazione con altri;
  • Convivenza civile: “conflitti e dissidi”: comprende i casi di rumori e schiamazzi, di comportamenti arrecanti disturbo da parte del vicinato o di attività commerciali o di esercizi pubblici, e comporta che la prossimità diventi “equiprossimità”, cioè soggetto ugualmente vicino alle parti in conflitto, che facilita il loro incontro per addivenire ad un accordo che sia almeno accettabile per entrambi;
  • Allarme sociale: “a supporto delle fasce deboli”: comprende i casi derivanti da situazioni di violenza di vario genere, domestica/stalking, interventi sui minori specialmente in contesto scolastico, utilizzando il metodo di prossimità cioè compiendo indagini con metodo giuridico e sensibilità umana. La collaborazione con l’Autorità giudiziaria in questo ambito è strettissima e produce risultati straordinari.

Una presenza di accoglienza nella Città di Torino

Negli anni la polizia di prossimità, il Nucleo della Polizia Municipale della Città di Torino nato nel 2003,  ha ampliato i propri settori d’intervento sperimentandosi su tematiche di sicurezza riguardanti genericamente la tutela delle fasce deboli. In particolare gli ambiti d’interesse sono le problematiche di sicurezza collegate al mondo giovanile, bullismo e reati specifici nonché la violenza di genere, lo stalking, la violenza domestica.

Relativamente all’ambito “giovani”, la metodologia utilizzata vuole andare oltre alle tradizionali attività di vigilanza /repressione che hanno nel passato caratterizzato l’operato delle forze di Polizia. È stato sviluppato un approccio scientifico che permette, partendo dall’analisi del contesto e dei singoli fenomeni, di applicare strategie d’intervento che comprendano l’utilizzo coordinato di  strumenti quali interventi didattici specifici, ad esempio sui rischi delle nuove tecnologie, sul bullismo e la violenza (generica e di genere), legalità e decoro, fino alla ricomposizione dei conflitti sorti in ambito giovanile, in collaborazione e sinergia con altri soggetti sia pubblici come le istituzioni scolastiche e le associazioni di territorio. Il presidio attraverso la partecipazione.

Un’attenzione particolare è che in certe situazioni, troppo spesso, la vittima di un reato oltre a subire un’ingiustizia rimane sola con il proprio dolore. Chiamata in causa funzionalmente allo svolgersi del procedimento giudiziario il suo ruolo si esaurisce con una rapida apparizione al processo, non di rado l’esito del quale finisce per non esserle neanche comunicato. Nel caso che il colpevole sia un minore (ed anche nei rei di maggiore età), si innesca un meccanismo di “focalizzazione dell’attenzione” nei confronti del reo senza che la controparte offesa riceva alcuna attenzione. La conclusione del percorso giuridico avviene in tempi quasi sempre molto lunghi e, non offre un’elaborazione costruttiva dell’evento-reato. Senza una riparazione del danno una grossa opportunità è persa. La mancata presa di coscienza che un reato possa trasformarsi, se affrontato con cura, in un beneficio concreto per entrambe, vittima e reo, pesa sulla società con costi emotivi insostenibili. Ma forse l’aspetto più critico è la reiterazione di un disagio profondo per il primo e l’inizio di una condizione traumatica per il secondo. È dimostrato quanto un investimento minimo di risorse e competenze, soprattutto in contesti di conflittualità minorile, possa produrre benefici importanti e duraturi. Con ricomposizione del conflitto e il confronto tra i protagonisti questo momento può portare a soluzioni durature e contribuire alla prevenzione di comportamenti recidivi.

Un reato può essere interpretato come una richiesta di aiuto, non solo della vittima, affrontata con sensibilità questa diventa un’opportunità concreta per cambiare in meglio la vita di giovani a rischio, prevenendo il susseguirsi di comportamenti devianti che potrebbero nel tempo trasformarsi in eventi irreparabili.

La prospettiva cui si aderisce non è quella di soluzione dei conflitti a tutti i costi e neppure quella di una  “deconflittualizzazione” forzata del territorio. Il conflitto non è mai, di per sé, buono o cattivo e in certi momenti può essere di grande utilità per chi lo vive; occorre però essere meglio attrezzati per conviverci e per imparare a gestirlo senza procurare troppi danni a se stessi e agli altri. Laddove si è intervenuti con il metodo di prossimità, dando risposte semplicemente, serenamente concrete ed efficienti, i risultati ottenuti sono stati fuori oltre ogni possibile aspettativa, intravedendo una effettiva e concreta soluzione alle problematiche sociali di sicurezza.

© Bioetica News Torino, Dicembre 2020 - Riproduzione Vietata