74 Dicembre 2020
Speciale Infosfera in sanità Comunicazione, etica e privacy

Il web: un’introduzione filosofica

Abstract

L’intervento intende fornire alcuni punti di riferimento per accostarsi criticamente all’odierno contesto del web e delle tecnologie digitali. Si affronteranno così tematiche come la trasformazione delle tecnologie da strumenti ad ambiente, che le porta a retroagire sulle capacità del soggetto umano, o i processi di monitoraggio e mappatura dei parametri vitali e dei comportamenti degli utenti, che conducono alla cosiddetta «algoritmizzazione della vita», a sua volta funzionale all’investimento e allo sfruttamento economico di questi dati («industria della vita»). In particolare, verranno sollevate due questioni etiche particolarmente urgenti: in primo luogo, l’immaginario della libertà e della creatività individuale, che nelle tecnologie digitali sembrava aver trovato il terreno più fertile per il proprio sviluppo, tende a venir catturato nei dispositivi capitalistici di accumulo; in secondo luogo, l’intelligenza algoritmica delle tecnologie digitali pare in grado di sostituirsi al processo di decisione umana, ponendo seri interrogativi tanto alla rappresentanza politica quanto alla responsabilità individuale.

Trattare di un fenomeno tanto complesso in uno spazio ristretto non può che rivelarsi inadeguato; scopo di questo contributo pertanto è fornire, senza pretesa di completezza, alcuni spunti e alcune direzioni di ricerca al fine di maturare una comprensione critica e riflessa del web.

Un mito da sfatare

Per raggiungere una comprensione critica, occorre liberarsi da alcune fallaci precomprensioni a proposito dei media. I mezzi di comunicazione, infatti, non costituiscono degli strumenti «neutri» o «neutrali» che intervengono «a cose fatte» per «trasferire» un contenuto o un’informazione già costituita. Il grande studioso Marshall McLuhan (1911-1980) ha individuato un’espressione efficace nella sua paradossalità: «Il medium è il messaggio» (Id., Gli strumenti del comunicare); con ciò si intende che il mezzo di comunicazione, lungi dall’essere un canale neutrale e susseguente di un messaggio indipendente, lo struttura attraverso la propria logica e la propria sintassi. Pensiamo ad esempio a una civiltà orale, ove i contenuti sono affidati alla memorizzazione degli ascoltatori: l’oralità impone un coinvolgimento di tipo immersivo e richiede ridondanza e ripetizione, laddove l’avvento della scrittura consente al contenuto di crescere in complessità, visto che il mezzo permette un distanziamento oggettivante tra lettore e testo, promuovendo la capacità critica e riflessiva (Id., La galassia Gutenberg, e W.J. Ong, Oralità e scrittura), per non parlare dell’avvento della stampa prima e della comunicazione digitale poi, responsabile di quel sovraccarico di informazioni noto come «overload informativo».

I mezzi di comunicazione sono inoltre particolarmente efficaci nell’influenzare il nostro rapporto con la realtà; Derrick De Kerckhove (1944) nel suo Brainframes ha mostrato come il mezzo cui siamo esposti intervenga a strutturare non solo la nostra interpretazione della realtà, ma la sua stessa percezione, andando a influenzare i circuiti cerebrali responsabili della percezione. In tal senso un cervello con brainframe alfabetico occidentale percepirà spontaneamente la diagonale di un quadrato dall’angolo in basso a sinistra all’angolo in alto a destra come ascendente, dato che il medium ha «riscritto» la sua percezione secondo l’ordine sinistra-destra tipico del nostro alfabeto. Per analoghe ragioni, al cervello con brainframe alfabetico occorre una quantità di tempo inferiore per riconoscere che si sta parlando di un leone se se ne legge il nome piuttosto che se ne vede l’immagine.

Da mezzo ad ambiente: l’infosfera

Alla luce di tali considerazioni, è possibile considerare le tecnologie della comunicazione non come mezzi con cui interagire ma come ambienti in cui ci troviamo, se non addirittura come apparati che, a loro volta, interagiscono con noi e su di noi. Grazie infatti a processi di feed-back e di rinforzo oltre che al cosiddetto machinelearning, ci imbattiamo in macchinari capaci di apprendere dal nostro comportamento e quindi di adattarsi e di cambiare per meglio adattarsi alle abitudini del soggetto umano (segnaliamo A. Fabris, Etica per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione).

Luciano Floridi (1964) in recenti pubblicazioni (La quarta rivoluzione) ha adottato il concetto di infosfera per descrivere la situazione nella quale ci troviamo; il termine, coniato sulla falsariga di biosfera, indica «la globalità dello spazio delle informazioni», e in tal senso comprende tanto il cyberspazio che i media tradizionali. Trovo feconda una tale prospettiva perché mostra quanto sia illusorio immaginare un esterno o un aldilà rispetto all’informazione: essa è coestensiva allo sviluppo della vita umana sulla terra; al suo interno possono succedersi differenti mezzi di comunicazione, ma non si giungerà mai a un originario «grado zero» senza mezzi di comunicazione. D’altra parte, applicando un simile paradigma al mondo della vita, sarebbe possibile scorgere un processo di scambio di informazione all’interno delle molecole di DNA, dal momento che queste conterrebbero le «istruzioni», dunque le «informazioni», per la sintesi dei costituenti della vita.

Infine sarebbe fuorviante intendere la relazione con i media digitali come se questi dessero luogo a una realtà virtuale altra, staccata e indipendente dal mondo della vita offline. Lo sviluppo del web 2.0 ci sottopone, al contrario, una realtà in cui le dimensioni online e offline, lungi dal costituire binari paralleli, sono piuttosto in continuità e vanno a delineare un unico spazio di esperienza di cui il web 2.0 potenzia le possibilità di interconnessione e di interrelazione (si veda C. Giaccardi, Abitanti della rete).

Ideologia della libertà

Collocandosi in tale orizzonte, il web è in grado di sviluppare dinamiche gravide di senso per quanto concerne il nostro immaginario della libertà. In un testo particolarmente significativo, La silicolonizzazione del mondo, Eric Sadin (1973) procede a delineare la cosiddetta «ideologia della Silicon Valley». Il web si presenta infatti come luogo di libertà, capace di promuovere un lavoro creativo e collaborativo, assumendo le promesse di emancipazione di cui lo sviluppo tecnologico è di per sé gravido e intercettando le utopie giovanili e le rivendicazioni libertarie degli anni ’60-’70. Ciò tuttavia non è che l’aspetto epidermico della visione della nuova classe imprenditoriale: in nome di una libertà «trionfante», il lavoro è ulteriormente precarizzato, all’insegna di un individuo-impresa sempre più succube alla valutazione del cliente. La libertà promessa, allora, non può che appiattirsi sulla pura iniziativa economica deregolamentata, come libertà «liberista» che semplifica il soggetto umano, la quale deve semplicemente passare all’atto ricercando la propria spontanea soddisfazione, senza bisogno, a sua volta, di essere liberata.

D’altra parte, il web non è affatto quel mondo diafano e trasparente che proclama di essere, né il luogo di elezione per una presunta democrazia in rete; gli studiosi parlano a tal proposito di black box society, ovvero di società a scatola nera, i cui meccanismi e il cui processo di funzionamento risultano opachi rispetto all’utente (nessuno di noi sa in base a quali calcoli un motore di ricerca offra proprio quei risultati e in quell’ordine). Inoltre, ogni comportamento in rete (dalle preferenze di acquisto al lessico delle email, ai contenuti ricercati sui motori di ricerca o visualizzati su un sito…) lascia un’impronta digitale e genera automaticamente una serie di dati che permette al web di profilare l’utente, vendendo i dati complessi così ricavati (i famosi big data) a compagnie di inserzionisti che possono così bersagliare l’utente con una pubblicità sempre più mirata (Sh. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza).

Possiamo quindi affermare che, attraverso il web, l’esistenza è costantemente esposta a un processo di monitorizzazione. Non solo: oltre che sorvegliata, perché possa ridursi a «pacchetti di dati», l’esistenza dev’essere interpretata attraverso algoritmi e dunque ridotta alla logica del funzionamento, semplificando la sua dinamica di senso (pensiamo ad esempio all’immagine della mente modellizzata in senso puramente computazionale). L’esistenza così è monitorata e «algoritmizzata» a fini industriali: i mezzi di comunicazione digitali non sono pertanto delle semplici realtà autocefale, ma ricavano la direzione del proprio sviluppo da imperativi di natura economica dipendenti dall’apparato industriale in cui essi sono inseriti.

Dal punto di vista politico, ciò comporta un grande rischio per le nostre democrazie; Sadin parla infatti di crisi della decisione per indicare il fatto che, davanti alla crescente computerizzazione, le umane capacità di decisione non possono che parere obsolescenti e superate dal management digitale. Perché infatti lasciare all’arbitrio di una specie neurologicamente arretrata il compito della decisione e della responsabilità quando un processore informatico è in grado di affrontare una simile problematica con una capacità di calcolo infinitamente superiore?

© Bioetica News Torino, Dicembre 2020 - Riproduzione Vietata