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71 Settembre 2020
Speciale RU486 Nuove Linee di indirizzo e criticità bioetiche

Le nuove linee guida ministeriali su RU486 e i media Un'analisi sulla divulgazione della notizia e riflessioni

La notizia covava sotto la cenere dell’emergenza covid-19 da alcuni mesi ed è deflagrata il 12 agosto scorso, quando molti italiani erano “distratti” dalle vacanze dopo il lungo lockdown primaverile. Quel giorno il ministero della Salute ha pubblicato le «Nuove linee guida sull’aborto farmacologico», che annullano l’obbligo di ricovero ospedaliero e allungano alla nona settimana di gravidanza il termine in cui si può ricorrere al farmaco RU486. Il mifepristone o RU486 era stato approvato dall’Agenzia italiana del farmaco nel 2009, ma l’impiego era vincolato a un monitoraggio sanitario di 3 giorni, dato che una sola pillola non è sufficiente all’atto abortivo ed entro le 48 ore successive occorre assumere un secondo farmaco (prostaglandine) che provoca l’espulsione del feto.

Come s’è detto, erano diversi mesi (se non anni) che il Ministero italiano riceveva pressioni per il cambiamento delle Linee guida: raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità, denunce di associazioni per la tutela dei diritti umani e proteste di movimenti femministi, che lo scorso luglio avevano contestato anche la governatrice dell’Umbria per il ripristino dell’obbligo di ricovero ospedaliero. Negli anni passati, infatti, alcune Regioni avevano già eliminato il vincolo ministeriale, in virtù della propria competenza esclusiva in ambito sanitario, e avevano consentito la somministrazione della RU486 in day hospital.

Gran parte dei mass media italiani hanno seguito la notizia delle nuove Linee guida per uno o due giorni. E, come accade spesso per i più delicati temi di bioetica, si sono polarizzati su posizioni opposte, per lo più senza approfondire o affidando il commento a un esperto che suffragava la linea della testata. Quasi paradossalmente, tra tanti media laici, sono stati soprattutto quelli cattolici (in primis «Avvenire») ad occuparsene più a lungo e sulla base di dettagliate evidenze scientifiche e normative.

Così, da una parte si sono letti titoli come: «Aborto, finalmente la riforma sulla RU486», «Quante balle contro la RU486», «Le nuove linee guida come tutela della dignità della donna», «RU486, un passo verso la civiltà». Dall’altra parte hanno scritto: «Disastro RU486», «RU486, il controllo che non c’è», «La salute delle donne e i rischi della RU486», «RU486: le linee guida di Speranza sono illegittime». I testi dei servizi e degli articoli sono stati ancora più espliciti, con riferimenti scontati alle «ingerenze del mondo cattolico», alla «delibera liberticida della Giunta umbra», all’«inerzia del governo che ha lasciato donne e ragazze sole di fronte a ostacoli evitabili nell’accesso all’aborto durante la pandemia covid-19, mettendo a rischio la loro salute e la loro vita».

Con altrettanta franchezza, e tra gli altri, Eugenia Roccella ed Assuntina Morresi su «Avvenire» hanno argomentato il dissenso verso le nuove Linee guida in base al principio (solo cattolico?) della tutela della salute e della vita non solo del concepito ma anche della gestante. Peraltro, scrivevano il 22 agosto, «la stessa legge 194 del 1978 aveva previsto (art. 15) la possibilità di aggiornarsi “sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica delle donne e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza».

Ma è proprio questo uno dei punti più controversi, in base alle ricerche scientifiche e alle inchieste pluridecennali condotte dalle due autrici: il ricorso alla RU486 è infatti «un metodo che, se non si effettuano i 3 giorni di ricovero previsti dalle precedenti linee guida, comporta che l’aborto vero e proprio, cioè l’espulsione dell’embrione, avvenga fuori dal luogo in cui sono state somministrate le due diverse pillole, che sia ospedale, ambulatorio o consultorio (…). Se la donna torna a casa, tutto è affidato alla sua gestione, non ai medici. (…) Gli effetti collaterali della RU486 – vomito, diarrea, febbre, nausea, crampi dolorosi – e quelli avversi – necessità di accesso al pronto soccorso e/o di ricovero ospedaliero principalmente per emorragie e infezioni, e poi revisioni uterine per aborto incompleto o interruzione della procedura – sfuggono alla rilevazione usuale».

Sicché, concludevano, è indispensabile attuare «un articolato e attento sistema di monitoraggio». Una necessità evidenziata, peraltro, dallo stesso Consiglio Superiore di Sanità nella raccomandazione inviata ad agosto al Ministero a supporto delle nuove Linee guida.

Oltre le contrapposizioni ideologiche, per confronto dialogico su questioni aperte dalle nuove Linee guida

Al di là dei nodi medico-sanitari, la questione andrebbe analizzata sotto molteplici punti di vista e non gabellata all’opinione pubblica come semplice scontro ideologico-religioso. Occorrerebbe per esempio interrogarsi sulle conseguenze psicologiche di un aborto “fai-da-te” (è vera libertà o un dramma nascosto?), sull’aspetto economico (il day hospital, che prevede comunque almeno 2-3 visite successive, è davvero più conveniente per lo Stato?), sulle ripercussioni sociali-etiche-deontologiche (la collettività e gli stessi medici risolvono o “scaricano” il problema?), sul rispetto della normativa vigente (il ruolo dei consultori, che ora possono distribuire la RU486, è di sostituirsi all’ospedale?), sulle conseguenze a livello di morale collettiva e individuale (ingoiare una pillola a casa propria, non per curarsi ma per produrre un effetto micidiale, comporta maggiore consapevolezza o tragica banalizzazione?).

Pare evidente che determinate questioni non si possono semplificare, sebbene i mass media siano “intrinsecamente” portati a farlo per partigianeria, più o meno esplicita, oltre che per limiti di tempo e spazio. Per non restare disorientati e in balia dell’incantatore di turno, è indispensabile approfondire le proprie conoscenze, tenendo per bussola un unico principio, come spiegava il compianto mons. Elio Sgreccia:

Il pensiero moderno ci ha paralizzato, confinando le certezze alla sola sfera privata e negando la possibilità di averne in comune con gli altri. Ciò ha inibito la sicurezza di poter abbracciare una causa buona e spendersi per essa. Invece, al centro di tutto, occorre tenere ben saldo il “primato della persona”, la mia lanterna di Diogene.

Pubblichiamo con il consenso del direttore de

Pubblichiamo, con il consenso del direttore Alberto Riccadonna de «La Voce e il Tempo», l’articolo di L. Reale apparso sul settimanale il 6 settembre 2020, p. 27

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