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114 Luglio Agosto 2025
Inserto La fragilità negli adolescenti

Educare partendo da sé Sguardi, storie e poesia per rigenerare la scuola

Si cura ciò che si conosce

Nel lavoro educativo e sociale, non si può trasmettere ciò che non si è. È una responsabilità profonda, spesso invisibile, che inizia da dentro: conoscere sé stessi per poter accogliere l’altro. Lo diceva Jean Jaurès: “Non si insegna ciò che si sa, non si insegna ciò che si vuole. Si insegna ciò che si è.”

Questa frase racchiude un’idea di educazione che va ben oltre la semplice trasmissione di nozioni. Parliamo di una relazione, di un incontro che chiama in causa la persona nella sua interezza. Educare, in quest’ottica, non è mai un atto neutro. Implica esporsi, mettersi in gioco, assumersi il rischio di esserci davvero. Non si può accompagnare un ragazzo o una ragazza in un percorso di crescita se prima non si è disponibili a esplorare il proprio modo di stare nel mondo, le proprie fragilità, le proprie visioni.

Da qui nasce l’idea che ha guidato il nostro intervento: educare partendo da sé. Non come atto narcisistico, ma come scelta etica e relazionale. Per prendersi cura degli altri — dei loro pensieri, dei loro disagi, delle loro speranze — serve prima di tutto uno sguardo pulito, vigile, non stanco né disilluso. Uno sguardo capace di vedere davvero, che non si limiti a proiettare su studenti e studentesse la propria fatica o le proprie certezze.

Aver cura dello sguardo

Guardare i nostri occhi è il primo passo. Perché se sono stanchi, vedranno solo stanchezza negli altri. Se sono pigri, cercheranno risposte immediate e superficiali. E se sono ingenui, continueranno a separare soggetto e oggetto, senza riconoscere che siamo parte della realtà che vogliamo cambiare.

Ogni sguardo è un filtro, un modo di stare nel mondo e di interpretarlo. Averne cura significa allenarsi a riconoscere i propri pregiudizi, le proprie abitudini percettive, le semplificazioni automatiche che impediscono un’autentica apertura all’altro. A scuola, questo è particolarmente urgente: non si può costruire una relazione educativa significativa se si guarda ai giovani con occhi spenti o giudicanti. Occorre imparare a “vedere di nuovo” — a lasciarsi sorprendere, a stare nell’incertezza, ad accettare la complessità.

Educare al benessere, oggi, significa anche educare a un vedere riflessivo, consapevole, non automatico. Significa disinnescare il pilota automatico con cui spesso ci muoviamo, e sviluppare uno sguardo che sappia accogliere la differenza e generare possibilità.

Narrare per fare ordine, costruire identità

La narrazione, in questo processo, è uno strumento potente. Raccontare esperienze non serve solo a ricordare, ma a dare senso. È un atto di igiene mentale, una ristrutturazione interiore che porta ordine dove c’era caos, senso dove c’erano frammenti.

Come scrive Bruner, narrare trasforma l’esperienza individuale in moneta collettiva. Ci rende parte di qualcosa. E, ancora di più, ci aiuta a diventare qualcuno: l’identità non è mai fissa, ma si costruisce e si ricostruisce nel tempo, attraverso le storie che raccontiamo di noi stessi. Ogni racconto è un atto creativo che ci permette di interpretare la nostra storia personale con occhi nuovi, assegnandole direzione, spessore, significato. Non si tratta solo di mettere in fila eventi, ma di decidere cosa vale la pena ricordare, cosa ci rappresenta, cosa può essere condiviso.

Nella scuola, favorire la narrazione significa offrire ai ragazzi e alle ragazze uno spazio per prendere parola, per sentirsi ascoltati, per riappropriarsi del senso delle proprie esperienze. È un atto politico, oltre che pedagogico.

Le tappe di un percorso educativo umano

Nel nostro percorso, ci siamo mossi attraverso alcune parole chiave, che sono diventate tappe, punti cardinali di una mappa educativa fondata sulla relazione e sull’autenticità.

  • Ascolto: la comunicazione parte dall’orecchio che ascolta, non dalla bocca che parla. Ascoltare davvero significa sospendere il giudizio, creare uno spazio sicuro, dare tempo.
  • Empatia: siamo rami dello stesso albero, e questo ci rende capaci di sentire l’altro. È un sentire che non si limita alla comprensione razionale, ma coinvolge il corpo, l’affetto, la presenza.
  • Riconoscimento dell’altro: talvolta basta uno sguardo per sentirsi visti. E sentirsi visti è ciò che ci permette di esistere nella relazione, di uscire dall’invisibilità.
  • Vergogna: riconoscere i propri errori è atto di dignità, non di debolezza. Solo chi è capace di confrontarsi con la propria vulnerabilità può aprirsi davvero all’altro.
  • Fiducia: quella in sé è il fondamento di quella che si ripone negli altri. È la base di ogni alleanza educativa.
  • Riconciliazione: come obiettivo profondo, possibile solo attraverso relazioni autentiche. Riconciliarsi con sé, con gli altri, con la propria storia.

Queste parole non sono slogan: sono pratiche, esercizi quotidiani di umanità. Sono la grammatica del lavoro educativo, che spesso non ha risposte pronte, ma domande vive.

Il soccorso della poesia

A scuola, serve anche poesia. Non come orpello, ma come forza radicale. Perché la poesia, come dice qualcuno, non è di chi scrive versi: è di chi sta al mondo per cantarlo.

Nei nostri percorsi portiamo versi, li usiamo per iniziare e chiudere incontri, per fare comunità, per ridare dignità alle emozioni. La poesia è cura del linguaggio e, quindi, cura del pensiero. In un tempo che corre, la poesia rallenta. E in un mondo che divide, la poesia unisce. È una forma di resistenza gentile, un modo per rimettere al centro la bellezza, la fragilità, la complessità.

Sogniamo una scuola che legga poesie a inizio giornata, che le usi nei momenti di passaggio, nei riti di comunità, come bussola per orientarsi nell’incertezza. Perché dove le parole mancano, la poesia arriva. Dove il dolore è muto, la poesia parla.

Una scuola che ricostruisce senso

“Oltre le fragilità” non è solo un titolo: è una direzione. Significa andare oltre la retorica del disagio giovanile per costruire spazi di ascolto, riconoscimento e crescita.

Non servono solo strumenti psicologici, ma strumenti umani. La scuola può e deve essere il luogo in cui si impara a raccontarsi, a riflettere, a stare con gli altri con rispetto e cura. Non bastano protocolli e progetti: serve un’educazione che tenga conto della complessità dell’essere umano, dei suoi bisogni di senso, relazione e autenticità.

Una scuola che, prima di tutto, educhi a essere.

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