Sostieni Bioetica News Torino con una donazione. Sostieni
114 Luglio Agosto 2025
Inserto La fragilità negli adolescenti

Oltre le fragilità. La promozione del benessere a scuola Un percorso pedagogico verso nuove prospettive di senso per la prevenzione del disagio psicologico giovanile

Partirei da una riflessione del filosofo dell’educazione Reboul: “Si può pensare che il vero educatore faccia del suo meglio per perfezionare i suoi metodi, per renderli più efficaci, pur sapendo che l’essenziale sta altrove, nel lavoro dell’educando su se stesso, lavoro imprevedibile e nascosto, che nessuno può programmare.” Perciò il docente in classe sa di dover fare i conti sul “materiale umano” con cui entra in contatto. Può lavorare al meglio a livello metodologico, ma è fondamentale partire da ciò che sono nel profondo gli allievi, per organizzare i percorsi individuali tenendo conto di caratteristiche e personalità dei singoli. Quindi in primo luogo prendiamo in considerazione quella che potrebbe essere una normale classe di adolescenti, in una situazione standard di contesto.

In ogni classe coesistono allievi con livelli di motivazione iniziale molto differenziati, sulla base dei diversi percorsi pregressi, sia a scuola sia nelle famiglie di origine. Anche le loro capacità saranno molto diverse, per attitudine personale, indole, carattere. Ci saranno alcuni allievi con Disturbi Specifici di Apprendimento e Bisogni Educativi Speciali per particolari situazioni personali, allievi portatori di qualche forma di disabilità o che provengono da contesti di povertà educativa, ragazzi che non hanno la stessa madrelingua, altri particolarmente fragili perché iperprotetti dai genitori. Insomma, un universo comunque variegato, mai uguale ad altri neppure in apparente similitudine di contesto sociale. Evidentemente, non è possibile e non sarebbe né corretto né produttivo pretendere di adottare un percorso educativo e didattico, unico ed uniforme.

A questa premessa, è necessario aggiungere e sottolineare la peculiarità degli adolescenti che frequentano le nostre classi in quest’ultimo decennio, in cui la rivoluzione tecnologica ha profondamente modificato equilibri che sembravano solidi. Questi ragazzi, sempre connessi tramite i propri dispositivi collegati al web e soprattutto esposti ad un mare, spesso impetuoso ed incontrollabile, di informazioni sì, ma anche di giudizi e di veri e propri pericoli, sono in realtà molto soli. Talvolta comunicano anche freneticamente attraverso la rete e lo schermo del proprio device, ma sono incapaci di una comunicazione diretta, faccia a faccia. Si trovano ad utilizzare apparentemente in modo spigliato strumenti che non conoscono realmente, se non in superficie, spinti a questo da genitori che trovano “comodo” parcheggiarli davanti ad un video fin da piccolissimi e che spesso non sono esempi positivi, incapaci a loro volta di separarsi dai propri smartphone. Quegli stessi dispositivi che possono servire alle famiglie per “geolocalizzarli” sempre, impedendo loro di crescere con responsabilità e autonomia. Bisogna pensare di crescere. Come diceva Sartre, “è vero che non sei responsabile di quello che sei, ma sei responsabile di ciò che fai di ciò che sei.”  La situazione anche nel nostro Paese non è rosea: se è vero che l’analfabetismo pare sconfitto, parliamo di analfabetismo funzionale e di ritorno, con giovani adulti non in grado di comprendere il profondo significato di un testo, e di povertà educativa, registrando grandi diseguaglianze tra aree diverse e nei confronti di chi apprende l’italiano come seconda lingua. Si è ridotta tantissimo la mortalità infantile, ma la natalità è ai minimi storici, per una infinità di fattori.

Molte famiglie, con genitori troppo impegnati per lavoro con ritmi sempre più frenetici, non hanno l’idea, o la forza, di riservare ai propri figli tempo e attenzione. Cercano di sopperire sempre di più e meglio possibile ai loro bisogni materiali, ma troppo frequentemente non rispondono ai loro bisogni interiori, alla ricerca di dialogo e di risposte. A queste problematiche e ad un eccesso di protezione da parte dei genitori, si accompagna inoltre l’espulsione dei ragazzi dagli spazi pubblici, per carenza di strutture.

I nostri ragazzi hanno delle agende settimanali da fare invidia al manager di una grande azienda: frequentano corsi di lingue, praticano sport magari a livello preagonistico, sono impegnati in ogni sorta di corso pomeridiano che poi soffoca il tempo e la possibilità di dedicarsi a qualcosa di veramente importante. O semplicemente, allo studio. La noia non deve esistere, l’idea latina di un otium rilassante e produttivo non ha più valore, l’importante è poter dire di “aver fatto di tutto”. Ma drammaticamente gli psicologi stanno sottolineando quanto stiano aumentando le fragilità, l’incapacità di comunicare, i disturbi dell’apprendimento, della personalità, i disordini alimentari. Pieni di effimeri modelli impossibili, gli adolescenti spesso non hanno più veri punti di riferimento, solidi e concreti. Già Aristotele diceva che ” Educare la mente senza educare il cuore, significa non educare affatto”.

Non è facile proporre loro stimoli e modelli corretti. Quando non si rinchiudono in un mondo a parte oppure non sono coinvolti in fenomeni di bullismo né come vittime né come carnefici, provano a cercare se stessi. Ma dove? E come? Cercando una fama qualsiasi, inseguendo i like perché compiono “imprese” che mettono a repentaglio la loro sicurezza e talvolta persino la vita, perdendo coscienza di sé tra abusi di alcool o sostanze artificiali. E poi il “branco”, un effetto che facilmente può condurre in direzioni inaspettate. Troppo spesso, magari di fronte a tragedie, disperati genitori dicono “ma io non immaginavo…” Il ruolo della famiglia è, e deve restare, fondamentale. Bisogna imparare a dialogare, costantemente e semplicemente, ad abbracciarsi, a condividere.

Non siamo negativi: molti ragazzi sono aperti, attivi in modo positivo, si impegnano seriamente nello sport, ma anche in attività di volontariato. Sono coloro che hanno fatto “scoprire” agli adulti che il nostro pianeta è in pericolo, sono angeli nelle emergenze e ottime guide in quel mondo informatizzato che sembra ostile a chi non sia nativo digitale. Ma perché chi opera con gli adolescenti ha l’impressione che questi stiano diventando sempre più una minoranza? Che cosa può fare la scuola? Che cosa deve fare? In questo quadro si inserisce appunto il ruolo cruciale della scuola, dell’ambiente che vi si viene a creare, ma soprattutto dell’importanza di essere docenti in grado di accompagnare e sostenere, in primis con un esempio quotidiano, la crescita emotiva, culturale e sociale degli adolescenti.

Diceva Goethe: “Se tratti un uomo quale realmente è, egli rimarrà così com’è. Ma se lo tratti come se già fosse quello che dovrebbe essere, egli lo diverrà.” Credo che questo possa essere un ottimo punto di partenza per guidare il docente nel suo delicato compito. I ragazzi hanno bisogno che si creda in loro, che si faccia loro capire che possono farcela ad utilizzare al meglio le proprie potenzialità, trasformandole in risultati concreti, le famose “competenze” della didattica più recente, la capacità di operare, anche in situazioni nuove, utilizzando ciò che si è imparato.

Chi è un “buon docente” e che cosa dovrebbe fare? Agli intervenuti al convegno ho pensato di proporre una serie di definizioni come spunto di riflessione. Stabilito che nell’ambiente scolastico sono gli insegnanti a determinare la qualità del clima, bisogna anche tenere presente che i docenti sono sempre meno considerati socialmente da quelle stesse famiglie che affidano loro i figli, spesso sono sopraffatti da un eccesso di burocrazia e si ritrovano vittime di burnout. Non tutti devono e riescono ad essere coinvolgenti come in L’attimo fuggente, ma è importante riuscire a fare innamorare gli studenti di ciò che si insegna. Senza mai perdere capacità di autocritica, di “correggere il tiro”, di continuare ad imparare: “un cattivo insegnante dimentica di essere stato uno studente, un bravo insegnante ricorda di essere stato uno studente, un ottimo insegnante sa di essere ancora uno studente”.  

Bisogna cercare di “essere ogni giorno l’insegnante che fa passare il mal di pancia, non quello che lo fa venire.” Secondo Sant’Ignazio di Antiochia, “si educa con ciò che si dice, più ancora con ciò che si fa e ancor più con ciò che si è”. Una grande responsabilità, certo. D’altra parte, “la scelta di uno studente dipende dalla sua inclinazione, ma anche dalla fortuna di incontrare un grande docente”, come ha sostenuto Rita Levi Montalcini. Rispetto reciproco, dialogo, ascolto, anche con le famiglie degli allievi e i propri colleghi, capacità di suscitare i perché e guidare verso le risposte: sono parole chiave per chi opera nella scuola. Non dobbiamo dimenticare che “né i genitori né gli insegnanti resteranno per sempre nella vita dei ragazzi, resteranno invece gli esempi, le parole, gli insegnamenti ricevuti.”

Con un impegno quotidiano da parte dei docenti, ma anche con la consapevolezza che “investire nella scuola, in modo intelligente e lungimirante, è il primo atto di responsabilità per una società che intenda davvero amare e proteggere i propri figli”, secondo quanto ammonisce Mario Draghi.

© Bioetica News Torino, Agosto 2025 - Riproduzione Vietata

Sugli stessi temi: Adolescenti e Giovani, Fragilità